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C’è una strana e perversa geografia della morte in Italia. Quando vengono uccisi soldati in Iraq sono tutti di qualche paesello del comune di Bisceglie, di Gela, di Giuggianello. Quando muoiono turisti in Thailandia, nello Sri Lanka e alle Maldive sono tutti ingegneri di Varese o manager di Como. Già sappiamo quindi quali consigli regionali, provinciali e comunali allertare alla prossima disgrazia…
TUTTI I BLOGGER VOGLIONO FARE GLI SCRITTORI (MINIMALISTI): MA PERCHE’ ? Un po’ di tempo fa mi venne prestato un libro di Heinrich Boll: Racconti umoristici e satirici. Lessi soltanto un racconto (ce ne sono una dozzina nel libro) intitolato, mi pare, L’uomo che ride. Storia breve di un tizio che per lavoro ride e a casa sua, stanco oramai di essere ilare, rimane serissimo. Il racconto si chiude con una frase del tipo: "ma il riso mio non so più qual è". Fu affascinante il fatto che questa figura triste e decadente mi accompagnò per tutto Cannes. Io stesso mi interrogavo, e lo faccio tuttora: ma il riso mio qual è? Nessuna risposta è pervenuta, ma nel frattempo ho letto tutto il libro di Boll e ogni racconto che compone la raccolta sa di autentico e di folgorante. Il primo di questi, non a caso, si intitola La bilancia dei Balek ed è la storia del sopruso dei potenti sui più deboli, del privilegio silente e vigliacco che soffoca la libertà degli individui più puri. La forza e l’intuizione nel racconto, come in tanti altri del libro, stanno proprio nella capacità di elevare il particolare ad universale senza appesantimenti retorici, di rendere la storia misera e povera di un contadino boemo di fine ottocento un dolore lancinante per ogni uomo e donna del novecento e oltre. Questo Boll me lo ha consigliato l’amico Santori autore di Racconti bolognesi, colui che ricevette per il suo libro, da Massimo Onofri su Diario, parole del genere: "in questo confronto nudo con l’esistenza, registrata al minimo della ridondanza… che è il contrario esatto dell’intenzione minimalista di tanti narratori nostrani e non, consistito proprio in una ridondanza del minimo". Boll e Santori non hanno un blog e non hanno intenzione di aprirlo: uno perché è già morto e sepolto, l’altro perché i blog gli mettono tristezza, ma i due, che mai si sono conosciuti, hanno tanto in comune. Così in questo parco natale se dovete comprare dei libri comprate questi due (Boll è edito dalla Mondadori, Santori dalla Pendragon) e finitela di riempire i vostri scaffali di editoria merdorama da minimalismo-blog veramente insopportabile e autoreferenziale.
RANDELLO MISOGINO Pompa magna per l’ultima puntata di Sex and the city. Cosa succederà alle quattro protagoniste? Chi mai si tromberanno in questo episodio? Cosa inventeranno mai queste volpine di manager e super radical lavoratrici d’alto bordo? Ed io che mi aspettavo una specie di girl proud all’ennesima potenza mi ritrovo a seguire una puntata di Sentieri o de La valle dei pini. Ooohhh: la famiglia, l’amore, i bimbi, la casetta, le pantofole a fianco al letto… Ehi bimbe, sveglia, è mai possibile che questa sorta di vessillo antimaschilista si riduca a questa miseria culturale e creativa? Ancora la Jessica Parker che cerca il nonnetto con cui piazzarsi? E l’altra che sta con quell’ebete pelato? E tutti felici e contenti (e con gli abiti firmati). E’ che alla fine si fa una brutta figura, sembra di essere in quei pollai con le galline che si beccano e si azzuffano, sollevano della gran polvere, fanno del gran baccano, poi all’improvviso ritornano a beccare, tuc tuc tuc, allo stesso modo, allo stesso ritmo di prima, come niente fosse. Su Italia 1 c’era Controcampo, che per una sera ha rappresentato l’alternativa tv anticonformista: Ciccio Graziani e l’ex arbitro Cesari più sexy e controcorrente di Kim Cattrall e Sarah Jessica Parker…

OCEAN’S TWELVE di S. Soderbergh
Il panettone di Natale senza uvetta e canditi ma con quintali di glamour. Narrativamente tortuoso, stilisticamente tracotante, l’inconcludente sequel di Ocean’s eleven, mostra la corda al primo snodo di script in cui si sovrappongono nomi di personaggi assenti e piani temporali. Qualche battuta riuscita (Clooney che chiede se sembra un uomo di 50 anni), una Catherine Zeta-Jones pressurizzata in abitini cool da richiamo della foresta, ma un totale appannamento di idee e di voglia di divertirsi (direi aprioristica e confessabilissima volontà dell’operazione Ocean). Peccato anche per una colonna sonora che prova a rifarsi a quella del primo episodio, creando soltanto l’effetto da disco che gira all’infinito sullo stesso refrain.
CHRISTMAS IN LOVE di N. Parenti
Li avevo persi, i gironi infernali natalizi, all’epoca della comparsata di Sordi cameriere (mi pare nel ’93). Ma la pochade nella sua, se si vuole, pochezza d’intenti, ha pochi ma necessari ingredienti. Non rispettare equilibri comici consolidati è dissennato e omicida. Per esempio Boldi e De Sica devono fare coppia, non incontrarsi per caso tre volte per nemmeno sei minuti in un film che ne dura 110. E poi l’abuso dei marchi pubblicitari, il rimando continuo ad un retroterra comune televisivo, fiaccano un abbozzo, già di per sé ridicolo e banale, di script, in una melassa noiosa e avviluppata attorno alle classiche dicotomie estetico/sociali: ricchi vs. poveri e belli vs. brutti. Perché alla fine questa è comicità da status quo, che conferma e amplifica le differenze. Dico peccato, davvero peccato che la comicità popolare sia diventata una autoammirazione delle proprie ignoranti debolezze e arretratezze culturali e non possa mai sollevarsi a motivo di riscatto verso la placida quotidianità . Gli zigomi della Ferilli sono stati scalati e conquistati in diretta, dalla spedizione alpina di Walter Bonatti.
PS prima di ogni spettacolo in questo cinema in cui vado, c’è la pubblicità di due tizi americani che chiacchierano mentre guidano una Volvo. Uno dei due è uno psicologo/illusionista direi wasp, l’altro un signore sui 60 anni, di colore. Il bianco lancia la monetina in aria e chiede all’altro di indovinare: testa o croce? A quanto pare il nero ne ha già indovinate parecchie e i due, e ne veniamo a conoscenza dal dialogo che intrattengono, stanno per fare tappa in qualche casinò di Las Vegas. Nulla di male se non che la didascalia sotto la faccia del tizio di colore indica "Ricco broker, ex senzatetto". Ora, trovo questa pubblicità così moralmente abbietta, o DEPRECCABBBILE e quasi da denuncia penale. E’ in questo modo che educhiamo le persone a fargli credere che il barbone è quello che non ha voglia di lavorare e che se si impegnasse potrebbe pure diventare ricco sfondato. Sapete la creazione di un broker quanti senzatetto provoca? Statistiche ufficiali dicono 23. Slogan: meno broker creiamo, meno senzatetto provochiamo. Altroché cazzate. Boicottiamo la Volvo! Su, forza: non ci costa niente.
Si, va beh, dai, non ha più bisogno di un euro Michele Serra e questo mi fa piacere. Nella sua amaca di oggi, finalmente, non c’è più autocommiserazione (qualcuno avrà versato degli euri dal sito?) ma qualche divertente riga sulla contrapposizione strenna natalizia classica e strenna natalizia con le sembianze della trilogia cartacea di Oriana Fallaci. Spiritoso il confronto tra i bimbi seduti sotto l’albero e le parole/squarcio della Fallaci che grondano sangue e ingiurie naziste. Insomma, un pezzetto valido. Peccato che La Repubblica in primissima pagina pubblicizzi, in quegli spazi che si pagano sui 4000-5000 euro, la trilogia di Oriana Fallaci. Giuro, è vero, controllate. Da oggi www.eziomaurohabisognodiuneuro.it . Inoltre i columnist locali di Repubblica giudicano la protesta antilibreria privata in Sala Borsa, ieri qui a Bologna, un atto deprecabile. Idem per il sindaco: un atto deprecabile. Mamma mia, ma cosa mangia sta gente: un piatto di maccheroni deppreccabbbile? Un pollo deppreccabbille? Ma che termini usano? Ma sapete quanto l’hanno gonfiata questa notizia i giornaletti moderati della sinistra? Guai a chi tocca il totem Cofferati. Per le colonne locali sembra di essere stati al G8 di Genova! "Le ragioni sono legittime" tuona il Balzanelli direttore, "ma non in questo modo". Urla, calci e spintoni, dicono i giornali, aggiungerei mortaretti, torte in faccia e scoregge, visto che se li erano dimenticati. Il fatto è che ieri la protesta antiprivatizzazione in quella che è la sede della più grande biblioteca pubblica europea (insomma, convivono fifty-fifty in un complesso di 7000 metri quadri una enorme biblioteca pubblica e una immensa libreria privata), è riuscita. E al Balzanelli rode come non mai. Potenti si nasce, direttore, non si diventa: se lo ricordi.
Così, per il gusto di scrivere. Sono incazzato come una pantera. Basta.
CLOSER di M. Nichols Istruzioni per l’uso: scordarsi i propri trascorsi personali di corna, tradimenti, sentimenti per il prossimo; immaginarsi in una dimensione spaziale irreale; favorire la digestione con una dose abbondante di fascinazione attoriale. Difficile altrimenti tollerare e valutare l’ultima faticaccia teatraleggiante di Mike Nichols, autore spompo e alla deriva che cerca il riciclaggio con il più classico del denaro sporco: erotismo+turpiloquio. Eppure tra Conoscenza carnale e l’operetta volgare e spinta Closer c’è quell’amarezza di fondo, quel fruscio che reca fastidio, degno dei migliori provocatori morali. Da urlo Jude Law. Sulla bocca di Julia Roberts atterranno e decollano tutti i boeing delle linee aeree anglosassoni. CONFIDENZE TROPPO INTIME di P. Leconte Lei si sbaglia e invece di entrare nello studio dell’analista, entra in quello del commercialista e gli racconta cose e cosacce della sua vita privata. Lui titubante decide di non svelare a lei lo scambio professionale. Poi cede e tutto finisce in merda, con tanto di marito geloso e zoppo che gira con, e fa roteare, la più stereotipata delle stampelle. Peccato che lei sia Sandrine ‘naso vicksvaporub’ Bonnaire e lui Fabrice ‘faccia da pirla' Luchini. E soprattutto che alla regia ci sia il perennemente vacuo Patrice Leconte, uno che crede ancora al vezzo stilistico un tanto al chilo: si veda lo sfarfallamento a tratti della m.d.p. e un’oggettiva finale dal soffitto, degna di miglior causa. Peccato, infine, che io non abbia mai sbagliato porta: forse un commercialista mi avrebbe suggerito soluzioni per la mia psiche più elettrizzanti di quelle dell’analista…


SECONDA PARTE CHE LATITA(VA) Iri, cara e bellissima studentessa in jeans (?)e maglioncino dal collo alto (?)(ma quanto sarei curioso di vedere questi piedi e le loro sorelle caviglie), mica ne ho voglia di argomentare, di contorcermi per arrivare a dire che vorrei partecipare anch’io in minima parte al grande carnevale del piacere merceologico. Libri, cibo, cd e dvd, scarpe e giacche, che cosa sono diventati? Beni primari? Secondari? Prendo ad esempio il vino perché vidi il doc. "Mondovino" a Cannes. Beh, la qualità di una bottiglia di vino (e il relativo prezzo) dipendono eminentemente dalla costruzione di tabelle enologiche, di giudizi di esperti, di strampalate valutazioni e infingardi equilibri di mercato. Le differenze qualitative tra un tavernello da market e un nebbiolo del ’92 sono amplissime, la differenze tra un Traminer da 10euro e un Traminer da 50euro sono lillipuziane. E’ qui che salta il meccanismo della redistribuzione del reddito e del relativo riequilibrio dei consumi. Voglio dire che per sostenere prezzi e supposte qualità alte esiste un’associazione a delinquere che te lo consente e che allo stesso tempo produce catrame a prezzi stracciati. Questo non è mercato, questo è un sistema di illegalità che si forma alle mie spalle. E’ la paura di rischiare, in questo caso di chi produce vino, che manca, perché alla fine non è la passione per un certo tipo di occupazione o mansione a contare ma vale soltanto la corsa all’arricchimento. Allora se posso e se ho il coraggio provo ad autoridurre lo squilibrio, pagando la cifra giusta ed equa per una bottiglia di traminer. E lo faccio senza farmi dare i consigli sulla legalità da rispettare, dai columnist di Repubblica che prendono duemila e rotti euro al mese. Poi se alla fine, come spesso accade, vado a bermi un bicchiere e spendo 4 euro, compro una giacca di velluto a 119 euro e mi faccio ingannare con una stampante/fotocopiatrice/scanner che ne costa 139, so che sto cedendo a questa corsa all’oro che in fondo mi arrapa e mi affascina un sacco pure a me. Spesso, però, se non ci sono enormi buttafuori di colore, metaldetector e paperdetector (è un neologismo del cazzo ma che rende l’idea per i libri), e se mi trovo in una grande catena di librerie, da dei ricchi proprietari di enoteche, da grandi multinazionali dell’abbigliamento, quello che posso rubare lo rubo. Chiamate il 113 ma continuerò a farlo. E poi oggi sono stanco, svuotato, come se mi avessero tolto tutto quello che di solito sta dentro il mio corpicino. Vivo nella generale indifferenza del prossimo e talvolta mi manca davvero un appoggio. Materiale dico, proprio concreto. Ma anche l’affetto di una persona cara conosciuta per caso, senza motivo, ma da quel momento infinitamente importante. Ci sono momenti come questo, in cui mi ritrovo a dover scrivere una roba lunga un chilometro su un regista che amo in cui mi chiedo: ma chi me lo ha fatto fare? Perché sono finito qui, quando vorrei essere tra le caprette di Haidi/Padmini a mettere legna nel camino e a leggermi Dickens mentre sento schioccare i ciocchi? Senza più questa frenesia delle bollette che scadono, dei conti che non tornano, dell’inappropriato valore alle cose e agli oggetti… (sospiro lungo e profonodo) (CONTINUA…)
MARIA FULL OF GRACE di J. Marton
Bizzarria equa e solidale (grazie dottor Noto) intessuta sulla flebile recitazione e sull’erotismo acerbo ed invitante di Catalina Sandino Moreno, colombiana, 23 anni, che ingurgita salsicciotti di cocaina nello stomaco e li trasporta a New York per far su due soldi. Dell’amica buzzica, Blanca, dopo tre secondi non ce ne frega più un tubo: fari puntati su Maria che costretta a fare al grand drugs tour non è, che costretta ad arrivare in fondo ad uno straccio di cinema-verité lo è ancor meno. Quando fare del cinema si riduce ad evocare lontani e tragici temi sociali. Degno del peggior Loach.
LA TELA DELL’ASSASSINO di P. Kaufman
Ashley Judd che nel 2000 era stata inserita da People tra le 50 persone più belle del mondo, viaggia ora sui 37 anni. E se poi ci si inventa pure il personaggio della poliziotta coi capelli neri corti e arruffati, la giacchina aderente in pelle e soprattutto che ama fare porcherie (con una punta di violenza) a letto e col primo che capita, beh signori e signore: chapeau! Perché il thriller è insipido come il pane senza sale, gli attori traccheggiano come foche ubriache e il direttore della fotografia si scorda le luci spente per mezz’ora per poi riaccenderle d’improvviso dal 31esimo minuto in avanti. Pretestuoso uso del mezzo cinema solo ed esclusivamente per arrivare all’agnizione disvelatrice. L’assassino è Samuel E. Jackson.
INTERMEZZO - GLI INCREDIBILI

Allora, il protagonista del film è un eroe piccoletto, un po’ tarchiato, che si sta facendo ricrescere i capelli, con un costume doppiopetto più cravatta regimental. I suoi amici supereroi sono: uno lungo, lungo, con il nasone un po’ storto, che non sa dove nascondere il fez; l’altro ha subito una tramvata dall’acerrimo nemico Cocainamen che gli ha regalato un ictus senza avvisare, ma è ancora borbottante a meraviglia; il quarto è un dinoccolato pelatino, con gli occhiali tondi alla Sam di Indovina Chi?, che vuol stare sempre in mezzo agli altri tre. Però, cazzo, si fa fatica, a stare al centro, nel preciso punto, in mezzo, fra tre persone. Così questo s’arrabbia perché vuole stare lì, altrimenti, minaccia, lascerà soli i tre superamici. Allora quello momentaneamente a riposo comincia a gracchiare, l’altro come una trottola va alla ricerca di sacrari dove depositare fiori sulle lapidi di nemici caduti. Insomma un gran caos, che il piccoletto tarchiato dopo aver fatto sfogare tutti, risistema attraverso i suoi superpoteri. Risultato: i superamici sono più amici e uniti di prima; i nemici cattivoni che pensavano fosse giunto il loro momento per governare il mondo, ritornano frastornati a rifare i conti in casa, senza capirci più nulla.
Alla fine poi il film mica l’ho visto: me lo hanno raccontato.
Nuovo post per rispondere degnamente ai commensali. (spero che nelle mie affermazioni si scorga sempre l'ironia...)
Innanzitutto che in Svizzera il costo della vita sia più basso mi fa solo capire che presto o tardi da dove sono me ne andrò, sicuro. Poi tornando all’autoriduzione. Se Casarini mi vede attraversa la strada e va a camminare sull’altro marciapiede. Io e lui, siamo umanamente agli antipodi. E poi lui è brutto cosa che io credo di non essere. Proprio brutto, sciatto, zozzo, insulso. Ed è proprio questo che lo penalizza paurosamente. I Disobbedienti sembra sempre che godano nell’essere così, tirati via, sporcaccetti, puzzolentini. Non ne comprendo i motivi. E pensate a quanto farebbe più colpo vedere un ragazzo in giacca e cravatta affermare candidamente: "Ruggero boia, dimettiti!". Sai la sorpresa, l’occhio sgranato? Insomma, Casarini non mi rappresenta, perché nemmeno io riuscirei a rappresentare me stesso, ma esiste un problema di fondo che codesti signori sollevano e al quale non possiamo sottrarci. La completa e inequivocabile perdita della misura riguardo il valore del denaro. Non esistono più proporzioni, i privilegi diventano fortilizi dell’indigenza da difendere e l’unico ragionamento che sappiamo fare è quello di rincorrere il più ricco e la ricchezza. Non ce ne accorgiamo ma è così. L’euro ha portato ad un raddoppiamento dei prezzi e ad una sostanziale parità di salari. Non è populismo o demagogia, ma realtà oggettiva che solo istituti di ricerca bendati non rilevano. Pensate solo alle famose 5mila lire al cinema di pomeriggio di veltroniana memoria (siamo nel ’96 mica nella preistoria). Beh 5mila del vecchio conio (eh si Bonolis è bravo, sa fare tv, e non mi rompete i coglioni) equivalgono a 2,58 euro. NO DICO, GENTE CI VEDO CIRCA MEZZO SPETTACOLO CON 2,58 EURO!! Ma gli esempi sono infiniti e il gioco è non fare pesare il trapasso e far credere dai due schieramenti politici che il tutto sia naturale. Ma come potete ben vedere i privilegiati continuano a campare più che bene e visto che sia i keynesiani che i neomonetaristi mi hanno insegnato che il danaro non si moltiplica sotterrandolo sotto l’albero come chiesto dal gatto e la volpe a Pinocchio, se qualcuno continua a navigare nell’oro ci saranno parecchi altri che quel lusso lo sostengono involontariamente da una condizione di miseria cronica. A questo quindi mi ribello, ad una scelta scellerata di fregarmi alle spalle della mia buonafede e della mia assoluta integrità morale e giuridica (giusto qualche esperienza sessuale a pagamento (2) e una multa in pieno agosto perché tre carabinieri col mitra mi hanno visto da lontano un chilometro mentre ero al cellulare su una strada senza anima viva al volante). Richiamo in causa Bonolis: prende troppi soldi, è un privilegiato, può fare le stesse cose, prendendo la metà dei soldi che prende. Poche storie, si stabilisce un tetto massimo per le transazioni finanziarie, chiuso, basta, silenzio. Un comunista, utopico pazzo e illuso, meglio se se ne sta zitto. Eh, no. No. Tutti i benpensanti si scandalizzano che so del medioevo con i contadini che non avevano niente da mangiare, le grandi città dell’ottocento con i mendicanti malati e malnutriti, ma oggi non siamo lontani da questo, è soltanto l’illusione che la televisione, una vacanza, un auto, la possessione di un bene materiale ci dà a renderci inebetiti e ipnotizzati di fronte alla frode. Sentiamo solo il bisogno di emulare i privilegiati. E così non si fanno passi avanti, ma solo passi di lato, o all’indietro. (continua…)
Perchè poi se uno non ci abita non ci crede, no? Ieri alcuni baldi giovani hanno fatto un po' di esproprio proletario alla libreria Melbook Store di Bologna (in pieno centro, in via Rizzoli). 30% di sconto su libri e cd per due ore (dalle 10e30 alle 12e30) e il proprietario della libreria ha acconsentito cercando di suggerire agli editori che i libri costano troppo. Miracolo? Spirito santo? chi lo sa? Io so solo che ieri mattina non sono riuscito a passare di lì, porca miseria: altro che scorta avrei fatto, altro che...
Chioso sostenendo con assoluta risolutezza l'autoriduzione o semplicemente un prezzo equo per mangiare pasta, secondo, terzo e caffé (come a Venezia anche ieri in non ricordo quale ristorante) e leggere per informarmi e sapere. Non mi sembra un reato dover esigere prezzi equi per questo genere di necessità , no?
L'unica cosa che però mi preme è sapere: COSA DIRA' MICHELE SERRA DELL'ESPROPRIO NELLA SUA CITTA'? vi ricordo sempre e comunque che www.micheleserrahabisognodiuneuro.com