

ALEXANDER di O. Stone
Ci son certi elefanti nel film di Oliver Stone che mi chiedo se c’entra qualcosa Moira Orfei. Lei che dava grande prova di sé in un Germi d’annata, dimostrando che l’elefante può pur sempre essere una scappatoia professionale una volta che il mondo dello spettacolo ti ha vomitato e risputato dov’eri prima. E il compagno Oliver Fidel Stone fa un po’ la fine della Moira nazionale. Sbatacchiato da un budget faraonico (e sembra quasi una battuta visto il soggetto della pellicola) e da una decomposizione narrativa che con un JFK, ma anche solo con un Assassini nati, non ha nulla a che spartire (in meglio, dico), Stone si perde nell’agiografia pomposa di un Cecil B. De Mille qualunque, nel glamour patinato e pettoruto di un Wolfgang Petersen doc e in un pantano da conquistadores di cinema che non è più (e che non è mai stato). Come Alessandro Magno, corre verso l’ignoto e il pericolo, perché non si vuole guardare dietro (e dentro). Finisce poi per farsi male, tra una mèche di Farrell e un po’ di silicone della Jolie, trafitto da un progetto che non ha senso se non quello di sottolineare ancora una volta l’audacia del condottiero senza macchia, strabordante di traumi edipici che nemmeno Diego Armando Maradona junior a Campioni… Da guardare con un occhio solo, quello che rimane a Val Kilmer e a tre quarti del cast di guerrieri macedoni (no dico un braccio amputato pare brutto?).
RIDERE (DI CHI?)
Sul Venerdì de La Repubblica di oggi, c’è un’interessante analisi diciamo a 200 gradi su come si fa satira anzi diciamo sul "a che punto è la libertà di ridere in tv". Quindi di annesse censure. Lo stupore e l’impeto dei blasonati giornalisti di casa DeBenedetti sta tutto nel rilevare che in Germania c’è un tizio con la barbetta e la pipa che spara a zero su Schroeder e i neonazi come in USA, Leno e Letterman fanno a gara per chi la dice più grossa su Bush. Qui in Italia invece c’è Pippo Franco, ecco tutto. Perché siamo arrivati a ciò, è la domanda che aleggia tra le 48 pagine dell’inserto? La risposta, come si conviene per il giornalismo blasonato: nun c’è. Anzi, ci sono le pecorelle smarrite costrette a satireggiare a teatro e che non possono più fare tv. Insomma in Italia il problema non lo si cerca mai di risolvere alla radice. Perché in un paese in cui la cultura nasce contro qualcosa e non per esprimere un concetto libero e di per sé ne contro né pro qualcosa, non ci si può di certo attendere dell’autoironia. Manca davvero una cultura intellettualmente liberale, dove: ‘il mio pensiero equivale assolutamente al tuo’. Dove il mezzo di comunicazione non è prerogativa del più forte, ma di tanti medi magnati che si spartiscono la forza. E non è colpa, quindi, di Berlusconi se non si ride su e di Berlusconi, ma è colpa di una cultura generalizzata e partigiana che si è affermata in cinquant’anni di dittatura conservatrice e mai, dico mai, minimamente liberale. I grandi pensatori e politici della sinistra hanno saputo a loro volta soltanto censurare, eliminare, mettere da parte chi non è stato zimbello e giullare della nomenklatura dei governi ombra. Ma cosa credete che Corrado Guzzanti con il governo D’Alema o con il governo Prodi possa avere vita facile? Non so se vi ricordate le sue imitazioni folli e geniali di Prodi e Bertinotti, di Rutelli e Veltroni. Erano maschere disperate e demenziali che davano fastidio anche all’altra ala del potere. Che poi la comicità alla Pippo Franco sia indegna di per sé e non perché fa riferimento ad ambienti e pensieri politici destrorsi è grazie a dio un dato di fatto.
ANNIVERSARI.
Morì improvvisamente. Per un fortuito caso, dannato o benevolente che fosse.
Lasciò lacrime straziate di amata, inconsapevolezza e stupore di bimbo, necrologi sparsi su quotidiani e muri, processioni ossequiose e composte, abiti, scarpe, oggetti di ogni tipo, anche un letto ed una sedia in legno.
Lei, dopo un anno, rivide la luce negli occhi verdi di un pallido ingegnere, la neve cadde e si sciolse di nuovo ma non fu più per la prima volta.
Solo la terra di un campo in collina conosce ancora il pensiero triste e infinito di un osservatore che non può più parlare.
Ogni tanto il fiore di qualche amico racconta la vita di colui che fu.
LETTERE MAI SPEDITE, 1 (E NON PUBBLICATE - da Repubblica e da chi altrimenti?)
PRIMARIE, PLEASE o LE PRIMARIE RAFFORZANO LA COALIZIONE
Sono stupefatto. La Repubblica lascia uno spazio nelle pagine nazionali per far dire a Silvia Bartolini: "Io le primarie le ho vinte e poi ho perso le elezioni. Fidatevi, queste consultazioni sono inutili". Beh, John Kerry allora cosa dovrebbe fare? Mettere a ferro e fuoco l’intero partito democratico? Mi sembra di sognare, davvero. Ricordo a Silvia e ai DS che le primarie possono (e personalmente aggiungo, devono) essere un metodo per comprendere, in modo limpido, gli equilibri all’interno di una coalizione e i relativi rappresentanti con le loro facce, le loro storie e la loro capacità di sapersi presentare ad un pubblico. Basti pensare che i partiti si dividono le candidature basandosi su percentuali elettorali vecchie di almeno un anno, mentre le primarie saggiano il polso immediato dell’elettorato. Se i DS non vogliono le primarie stretti come sono tra Prodi (che ne è l’ispiratore) e Bertinotti (che sinceramente ha azzardato a candidarsi ma oggi qualcosa raccoglie), senza un loro candidato credibile e spendibile elettoralmente, ciò conferma l’inadeguatezza di questo partito a rappresentare un preciso bacino elettorale (né moderatamente riformisti, né geneticamente di sinistra come in molti ancora credono) e l’incapacità ad affidarsi a quello che era il loro referente principe e assoluto: il popolo che democraticamente sceglie. Spero finiscano le imposizioni dall’alto e che Silvia si rassegni: la sconfitta del ’99, non fu un problema di metodo (ma chi si candidò, senza offesa, a contrastare la Bartolini?) ma di sostanza. E di costrutto e contenuto in questo partitone sempre più autocelebrativo, ce n’è sempre meno.
davideturrini@tiscali.it

Ma è Ciampi questo qui di spalle?
Ma non aveva altro da fare, oggi?
Così la rubrica OVVIETA' SOLENNI, che su questo blog mancava da tempo, si compila da sola.
Infine: nessuno ha obbligato il signor Cola ad andare in Iraq a fare la guerra. Non siamo più nel 1915 e a maneggiare mitraglie, si rischia la propria pelle come di chi riceve le mitragliate. Riposi in pace e chiudiamola subito con la retorica patriottica.
ALLA LUCE DEL SOLE di R. Faenza
Gli eredi di Mimmuzzo Modugno si lamentarono, anni fa, perché Marcotulliogiordana aveva usato ne I cento passi la celeberrima Volare come inno della mafia. Era poi stato Peppino Impastato ad aver inventato la gag di Don Tano Seduto con sottofondo musicale, tant’è… Faenza preferisce Stasera mi butto di Rocky Roberts, appena scomparso, riposi in pace, come inno della mafia. Io invece opterei per E forza Italia che siamo tantissimi, ma è un altro discorso, perché con la mafia non si scherza, minchia. Quindi sssttt, silenzio, parliamo sottovoce non facciamoci sentire. Alla luce del sole che già dal titolo (che proprio non mi rimane in testa), dalla locandina (che è involontariamente comica), da montalbanozingaretti (e sono cazzi suoi perché quel personaggio non lo riesce più a mettere da parte), promette male e si rivela dopo la visione un film ancor peggiore. Perché siamo al cinema, perché questo è un biopic realista e retorico, perché la capacità di astrazione nel raccontare per Faenza è sempre stato un tabù insormontabile. Il film letteralmente non esiste. E’ evocazione per scarni quadri tv di singole azioni, prevedibili nella loro volenterosa e fiacca antispettacolarità programmatica. Visivamente ributtante come nemmeno la serie tv con Boldi e barbaraderossi. E poi mi sono stufato del piantino in sala e della distrazione a casa. Basta, veramente basta. Il film l’hanno girato tipo a Bagheria e non al quartiere Brancaccio, perché minchia, qualcuno disse "che nun se doveva". Ecco il film a questo punto io non l’avrei girato. Punto. Perché se ho il coraggio di fare cinema d’impegno civile, m’insozzo le mani e rischio come Puglisi, come Impastato (Giordana ha girato dove doveva, chapeau!), come Livatino e Falcone, come Libero Grassi e Pio Latorre. Sui finanziamenti che pare la regione sicilia abbia fornito non parlo. Il peggior modo per ricordare chi ha creduto in qualcosa, in un ideale alto, molto, molto alto. Hasta la victoria Pinuzzo.
Epilogo: e poi visto che sono fatto di carne e sangue, uscito dal cinema entro in una tabaccheria per comprare una marca da bollo. Beh scusate lo stupore ma è la prima volta che vedo una tabaccaia che avrà si e no venticinque anni. Bella, magnifica, solare, indescrivibile. Via Irnerio 16/A per gli interessati.
per chi si lamenta del mio lamentarmi: 1- su, più in alto, c'è scritto TOSSINE, non rosellina di campo o campanellini di gioia; 2- se si sta alle regole si gioca, altrimenti contestare le regole della mia compilazione richiede altri spazi e altri blog....
mi fa piacere che l’argomento Prodi vi stimoli…
detto questo parto da una premessa: se scrivo per Liberazione non è automatico che ami Bertinotti. Poi passo a un fatto: D’Alema e Marini proposero a Bertinotti di far saltare Prodi. Inoppugnabile e storicamente verificato. Poi torno ad un’altra premessa: votai per l’Ulivo nel ’96 e odiavo Boghetta di Rifondazione che gongolava nel dire che Prodi non aveva rispettato patti e accordi e quindi che lo scaricava. Ero anche tesserato, all’Ulivo.
Ora, sono passati circa dieci anni dalla nascita, più o meno spontanea, dell’Ulivoprodi. E il mondo è cambiato, tantissimo e in peggio. Reputo quindi che non si possa più ragionare da tempo sui cambiamenti col contagocce quando si è in grado e si può mutare l’esistente in maniera radicale. C’è stato tempo per agire nell’intento di modificare la mentalità di un popolo lascivo e provinciale come quello italiano, facilmente influenzabile dai proclami autoritari, dai dittatorelli mediatici, dai possessori di porsche e ferrari. L’ulivoprodi non è più nulla dopo dieci anni, se non un contenitore di gente, illusioni e voglia di disperate rivincite. Manca un progetto reale che decide di mutare l’ordine delle cose e che mi faccia appartenere ad un partito, ad un’associazione, ad un gruppo di carmelitani scalzi. Necessito di modifiche sostanziali, chiare, a favore dei più deboli e non contrattazioni tra tecnocrati. Voglio una coscienza ambientalista che rieduchi i nostri consumi, una coscienza dell’ozio che ci spinga al godimento della vita e non al suo spreco, voglio che chi ci governa e comanda abbia più responsabilità civili e penali sul lavoro, sul dramma dei trasporti, voglio una politica che non mi faccia turare il naso. Non sono nato per fare il servo di nessuno.
Allora sentire parlare di realpolitik quando non si ha ancora sessant’anni, di leggerezza quando non si è ancora giunti alla pace dei sensi, di tassi d’interesse della banca centrale europea (cos’è oggi l’Europa con l’arrivo di 805 nuovi stati membri se non un’accozzaglia economico-finanziaria che prova ad arginare il potere statunitense?), mi fa capire che c’è qualcuno che ha il mirino sfasato. Quel qualcuno è Romano Prodi, è Fassino, è D’Alema, è Cirino Pomicino (gente voterete per Cirino Pomicino ve lo ricordo). E io sono semplicemente lontano anni luce da quello che pensano soltanto in merito ad una riforma come quella del mercato del lavoro.
Ben vengano le primarie insomma. Se il vicepremier invece di Fassino diventerà uno tra i candidati della sinistra (Bertinotti, Pecorario Scanio, Di Pietro-?-) del centro-sinistra, bene; altrimenti il ticket Ulivoprodifassino non lo voto, è semplice. Sarà una questione sociale, una questione culturale, una questione di tigna, una questione di miopia e di stupidità, ma perché affidare la mia vita a chi tratta me come l’ultima ruota del carro decisionale? Purtroppo per me Fassino e Berlusconi pari sono, con la differenza che quel coglione di Fassino, non ha nemmeno tre tv e una squadra di calcio…
Infine, io utopico e ridicolo sognatore di mondi migliori, cerco di contribuire sensibilizzando la società verso ciò che non funziona veramente. Comprate Liberazione di oggi, leggerete qualcosa riguardo l’amianto, i suoi derivati e alcune sconcerie che ha combinato Prodi come presidente della commissione UE. Non ve ne pentirete.
Ordinaria serata di un ometto semi-influenzato.
Guardo Cincinnati Kid con mister Steve McQueen, poi faccio uscire la videocassetta dal carrellino del mio Sony e questo si ferma puntato sul canale 1. C’è Prodi Romano da Vespa Bruno. E’ colui che dovrei votare alle elezioni del 2006. Beh, ieri sera nel salotto con le poltrone in pelle bianca e il portiere in livrea, c’erano Rossella Carlo, direttore del TG5, uno dei 10mila Pininfarina che è anche uno dei 10mila vicepresidenti della Confinudstria e De Bortoli Ferruccio, direttore del prezzolato "Sole24ore". Mancavano giusto le posate d’argento e la zuppiera in porcellana di Limoges. Detto questo Prodi fa ancora la parte del bonaccione, che sorride pacioso, e appena qualcuno dice "Berlusconi" si fa subito imbronciato. Poi fa la gag del tono da supplica, col faccione patito e la nenia da parroco: "Ma come si fa?, ma come possiamo? Ma non è possibile!". Poi muove le manone, stringe il pugno (destro) e lo alza con pollice piegato verso l’alto e dice: "le banche italiane devono risollevarsi con FORZA". E sottolinea ‘forza’ col pugno che sale.
Poi parla del tasso d’interesse, del patto di stabilità (e mi immagino per la prima volta i suoi oramai ex, ex studenti che in aula sbadigliavano e guardavano l’orologio), dell’industria italiana che è "indietro", del treno che si è perso: sempre con la testa che scossa da destra a sinistra a fare "no, no".
E ancora: l’Ulivo dopo la Puglia va a sinistra ("Ma cosa dice?"); chi vota alle primarie? ("un misto tra la seconda e la terza", dice indicando labili categorie proposte da un sondaggio di Mannaimerherheerhhe (e come accidenti si scrive).
Tutto questo per dire che Prodi mi ha stufato con questa presunta aria da professore che parla di cose ‘da grandi’, di tecnocrate di questa europa che mi ha sinceramente rotto i coglioni.
Mica si è parlato di mafia, di pizzo, di racket, di esercito che va in Sicilia invece che in Iraq; di miserie e di povertà e di politiche precise e mirate per ridistribuire il reddito; di una flessibilità che non deve essere precarietà; di rivisitazione delle politiche industriali italiane che ci tolgano di torno i furbetti, i privilegiati, gli inganni e le ruberie assortite. Sembra che le bollette Telecom o l’ICI del Comune, come i miliardi per curarsi un dente o i disastri ambientali e annessi inquinamenti che provochiamo, respiriamo e mangiamo siano roba da portineria, perché non europea, non da professor Prodi.
Basta, davvero, facciamo tornare questo ex democristiano a mangiare l’erbazzone perché con me non ha più nulla da spartire eccetto questo pesante, fastidioso accento bolognese carico di esse e di s(z)eta, paurosamente provinciale.
E ancora: l’Ulivo dopo la Puglia va a sinistra ("Ma cosa dice?"); chi vota alle primarie? ("un misto tra la seconda e la terza", dice indicando labili categorie proposte da un sondaggio di Mannaimerherheerhhe (e come accidenti si scrive).
Tutto questo per dire che Prodi mi ha stufato con questa presunta aria da professore che parla di cose ‘da grandi’, di tecnocrate di questa europa che mi ha sinceramente rotto i coglioni.
Mica si è parlato di mafia, di pizzo, di racket, di esercito che va in Sicilia invece che in Iraq; di miserie e di povertà e di politiche precise e mirate per ridistribuire il reddito; di una flessibilità che non deve essere precarietà; di rivisitazione delle politiche industriali italiane che ci tolgano di torno i furbetti, i privilegiati, gli inganni e le ruberie assortite. Sembra che le bollette Telecom o l’ICI del Comune, come i miliardi per curarsi un dente o i disastri ambientali e annessi inquinamenti che provochiamo, respiriamo e mangiamo siano roba da portineria, perché non europea, non da professor Prodi.
Basta, davvero, facciamo tornare questo ex democristiano a mangiare l’erbazzone perché con me non ha più nulla da spartire eccetto questo pesante, fastidioso accento bolognese carico di esse e di s(z)eta, paurosamente provinciale.

MELINDA & THE GRUDGE & MELINDA & MELINDA & THE GRUDGE… (ad libitum)
Mostri degeneranti, sfaldati gridi munchiani, terrificanti sguardi nel vuoto oltre lo schermo. Woody Allen è lo zombie del bimbo e contemporaneamente della donna in The Grudge, i quali ricambiano la visita finendo sul set newyorchese nella parte delle due Melinda (come per le due Simona, che non diventa, se sono due, le Simone, con la e finale, chiaro?). Ectoplasma e ombra di un remoto e oramai cancellato ceppo originario di cinema nuovo, Allen ammaina bandiera bianca, fingendo di non accorgersene e firmando la sua condanna all’esposizione a vita dell’incubo di un Grudge qualsiasi. Quegli occhietti di bimbo defunto, quelle apparizioni improvvise in fuori vista (la seconda metà di The Grudge abbandona il fuori vista e fa flop), sono l’ennesima conferma alleniana della personalissima intolleranza verso la propria morte cerebrale. Melinda tracheggia e sbava sui tappeti (molto più intrigante Amanda Peet che fa la zozza con tutti eccetto che con il marito, che fa a sua volta il cornuto con piacere) mentre si sfiorano la battute sui nazisti e Norimberga e quelle che riguardano l’inadeguatezza dell’intellettuale nel villone di un improbabile Don Johnson supervip. Che orrore! Al rogo! E soprattutto: Woody sei proprio una mezza sega.
Vista la mie possibilità di "giurisdizione sul mondo intero" (copyright Menarini&La Repubblica) mi permetto di rilevare una inutile non notizia, su un inserto fantasma e incomprensibile come Affari e Finanza di Repubblica (leggo Repubblica perché c'è la cronaca locale e perché parlano con cognizione di causa anche di basket…). La non notizia è: Il cinema pensa come finanziare se stesso (i produttori indipendenti propongono una soprattassa del 10% sui biglietti da destinare ai film di qualità). Inorridito dal fatto che qualcuno riesca ancora a pensare in termini di cinema di qualità e di non qualità, mi inoltro nel fiume di parole a firma Franco Montini (mica ciufoli) e che ti trovo? Il nulla. Nessuno parla di qualità, nessuno parla di cinema, nessuno parla d’arte e di cultura, nemmeno di cifre sui costi di un film tale o talaltro, della media dei budget dei film italiani, di una bella tabella su chi ha usufruito dei fondi governativi. Si, certo, si racconta di come questi ultimi siano diminuiti, ma detto questo ne chiediamo di più per darli a Rosa Funzeca o a Luchetti per Dillo con parole…? C’è un tenue virgolettato di Barbagallo (il compagno di merende di Moretti) dove dice: "il cinema interessa sempre meno alla politica (n.d.r. e meno male)" o "ci sono nuovi media come Internet che sfruttano film (n.d.r. qualcuno ha fatto prostituire Rosa Funzeca? E no, allora m’incazzo!) perché non obbligarli ad intervenire a sostegno della produzione?". Un bla, bla tonificante dove chiunque tira l’acqua al proprio mulino. Imperdibile, insomma.
stavo lì, a qualche metro da sto benedetto treno impennato in aria, squarciato a metà. stavo lì e pensavo a quel tizio che è arrivato per primo e ha visto una testa mozzata, un ragazzo tagliato a metà, una ragazza con parti di cervello che le uscivano dalla calotta cranica...
nebbia, solo nebbia. uno sprazzo di luce nemmeno a pagarlo.
fango, melma, campi immensi oltre l'invisibile. non oso pensare all'impatto. deve essere accaduto tutto in due-tre secondi al massimo.
sono arrivato sul posto su un mezzo della protezione civile. avevano il the caldo, coperte e panini da dare ai vigili del fuoco.
le mani mi si congelavano.
è stato triste, desolante, assurdo.
vado a dormire pensando a quelli che se ne fregano di tutto. stavolta niente sms, bastava solo pensare a due binari su una tratta che registra un passaggio ogni tre-quattro minuti. tutto qui. poi all'imponderabile ci pensa dio o chi per lui.
CAVALLETTI
Ovvio, che si sarebbe scatenata a sinistra una rissa verbale a suon di cavalletti. Oggi Francesco Merlo su Repubblica (perché leggo ancora Repubblica non lo so e non me lo chiedete), sostiene sostanzialmente che i cagnacci della destra non devono abbaiare, ma anche i Masanielli della sinistra sono degli irresponsabili, compreso il poeta e senatore a vita Mario Luzi che ha sostenuto: "Prima o poi doveva accadere, Berlusconi se l’è cercata". Il che non vuole di certo dire: "Bravo, scavalletta anche il collo di Fini", ma perlomeno include nel ragionamento politico una variabile che il moderatismo non prevede: la rivolta. O meglio: l’ipotesi di rivolta. Merlo, come D’Alema, come Prodi e Rutelli, e come Mastella non inseriscono nemmeno in teoria l’idea di un cambiamento fatto con la forza. Il loro spirito gandhiano (chapeau, ma ce n’è stato uno e poi più) è in primo luogo un meccanismo psicoanalitico vigliacco e di difesa del proprio raggiunto status quo, che esclude la soluzione pratica di ogni problema. Loro demandano al buon senso, al tranquillo vivere quotidiano, quando la vita è fatta di sudore, merda e sangue da sputare. Sostenere che l’esasperazione a cui porta un governo irresponsabile e ladro, non può sfociare in tumulto attivo e scavallettata è come sostenere che una pulsione sessuale deve sempre essere repressa con la masturbazione. Merlo deve essere un asessuato o un finto placido, il classico grande intellettuale rinchiuso nei sotterranei delle biblioteche vaticane mentre in superficie i partigiani si scannano (Alcide De Gasperi), o il grande politico in esilio mentre i compagni di partito subiscono la scarnificazione delle pupille e le unghie strappate da parte dei nazisti (Togliatti). Merlo non potrà mai fare la storia, semmai potrà soltanto tentare di scriverla. E la tristezza in casa sua regnerà per sempre sovrana.
SAGGEZZA POPOLARE
Quest'anno non ho ancora indossato i guanti... (che va letto come massima relativa al cambiamento climatico, simile al luogo comune del 'non ci sono più le mezze stagioni' - al quale aggiungo: nemmeno quelle intere)
Basta con questo spirito caritatevole da un euro a sms. Se un bimbo thailandese mangia domani (e che se magna sto sfigato con un euro!!!????) decine di bimbi non mangeranno dopodomani. Perché questa è la logica degli struzzi con la testa sotto terra, dei ricchi occidentali cristianizzati dal senso di colpa momentaneo, dei missionari buoni con la lebbra e della contessa a casa che ordina alla filippina di lucidargli l'argenteria. Nei paesi dello tsunami servono cambiamenti epocali e strutturali, da oggi, da subito. E non li posso fare io con un euro, ma io dicendo basta con gli sms da un euro: questi drammi apocalittici li risolvono i ricchi, i governanti, i privilegiati, coloro i quali hanno come unica ambizione quella di andare nell’albergo strafigo, quando a fianco ci sono i bimbetti con la panza gonfia e le mosche che gli ronzano sul naso e sulla bavetta che gli esce dalla bocca. Gli acquedotti li ricostruiremo a suon di un euro? I fili e i pali della luce? Le case? Qualche sismografo per prevedere qualche altro cataclisma? Qualche medicina per non ammalarsi? Oh, gente, ma vi rendete conto che una volta spedito l’euro il vostro vibrante e teso sforzo si sfalda con il depliant delle Maldive in mano ?