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La spocchia, l'arroganza e l'ignoranza di un pretenzioso uomo qualunque.

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giovedì, marzo 31, 2005

In un film del ’72, di Michael Ritchie, intitolato "Il candidato", il rampollo liberal Robert Redford, carico di sano idealismo ‘democratico’, concorre per diventare senatore, così come il padre riuscì con successo anni prima. La campagna elettorale è un travaglio non da poco: compromessi ben poco ‘liberal’, media invadenti, improvvise proteste ‘proletarie’, insomma una massa di inconvenienti che Redford non si aspettava in dosi così massicce. Poi alla fine vince, su un repubblicano schifosetto, ma memorabile rimane la frase del protagonista solo, silenzioso e stranito in una camera d’albergo, una volta saputi i risultati e la matematica vittoria: "E adesso cosa faccio?"

Ecco, appunto, una volta vinte tutte le elezioni possibili, cioè battuto il presidente del consiglio Berluscjdhe9ernn, l’armata branca, branca, branca, leon, leon, leon, fuit, boom, cosa fa? Tipo su cosa si mette d’accordo? Punto fermo: aumento dello stipendio agli statali. Eh si, visto che combattiamo la lotta di classe, a forza di livellare verso l’alto gli stipendi del pubblico impiego, tra un pochino un usciere dell’USL andrà in giro in BMW. No, ma davvero, per carità, sia mai. Sono astioso, invidioso, geloso, pretenzioso (come scritto lassù), eppure un’ora della mia vita vale un quarto di quella di un essere umano qualunque che fa un part-time all’università, che sta qualche ora in un ufficio della provincia, della regione o del comune di una qualsiasi città. Perché alla fine tutti stanno a dire: vorresti farlo tu, eh, eh, la volpe e l’uva, classico… NO! Che cacchio me ne frega di rattrappirmi in un ufficio! Vorrei solo che non si creasse questa assurda corsa all’oro, che disegna soltanto privilegi e nessun beneficio in termini di equilibri sociali ed economici. Una mansione svolta in un’ora in un ufficio pubblico deve essere retribuita paritariamente rispetto alla stessa mansione svolta in un’ora in un ufficio privato. Fine, stop. Probabile che non avremmo tutte queste transumanze geografiche, queste indegne spintarelle amicali (e se qualcuno mi dice che se le si fa da sinistra è più giusto, peste lo colga – oh, pardon) e forse le persone si dedicherebbero ai lavori per loro più piacevoli e autorealizzativi. A parità di prezzo (o di retribuzione) non scegliereste il campo e le mansioni che più vi soddisfano?

Postato da: davidet a 14:40 | link | commenti (1) |

lunedì, marzo 21, 2005

LE PASSEGGIATE AL CAMPO DI MARTE di R. Guédiguian

Sarà che sono un mentecatto da quando sono nato, sarà che non comprendo nulla che va oltre la separazione concettuale del bianco dal nero, ma io questo filmino del mio idolo personale Robert Guédiguian, mica l’ho capito. Proprio non ho compreso il senso minimo dell’operazione, non ho intuito il tono generale, lo spunto di partenza, la necessità di girare Le passeggiate al Campo di Marte. La necessità ‘politica’ intendo, visto che con Guédiguian si parte sempre da ciò e si arriva alla forma cinema. Da scassinatore di ovvietà, da coerente e spesso incompreso sperimentatore di un mezzo avvezzo a visioni che edulcorano anche le disfide etico/politiche più universali, G. ha messo la firma ad un film pallido, anonimo, per certi versi nichilista. La forma è di una elementarietà così programmatica da far venire i brividi, l’intreccio pubblico/privato è povero e lievemente accennato, tanto che ci si trova quasi imbarazzati nel seguirlo. Ma ciò che stupisce è questo torpore agiografico, tendente alla mitizzazione incondizionata dell’uomo Mitterand. Breve parentesi. Il partito socialista francese non è mai esistito in quanto tale, cioè come possiamo immaginarci nella classica forma partito all’italiana. Club, associazioni, soprattutto provenienti dal radicalesimo e dal repubblicanesimo dell’800 sono confluiti in sigle più o meno omogenee che dal dopoguerra in avanti, anzi dalla V repubblica gollista (con il doppio turno delle presidenziale che obbliga all’accorpamento delle forze per vincere) si sono unite e hanno fondato qualcosa che suona come una federazione. Mitterand che nell’81 ha unito i socialisti e si è trascinato dietro i comunisti (loro sì partito di massa organizzato fin dal dopoguerra) per la vittoria alle presidenziali, è poi rimasto al poter nel secondo settennato di presidenza senza l’appoggio del PCF. A parte le vicende Elf, le scappatelle coniugali che pour moi poco c’entrano con la politica (anche se non bisognerebbe essere bigotti come il sindaco Serge Coufferix nascondendo amante jeune e presentandosi in publico avec sa femme…), Mitterand ha incarnato la possibilità reale dell’alternanza al potere in Francia dopo l’epoca gollista del generale da cui l’aggettivo, di Pompidou e di Giscard d’Estaing. Ombre però echeggiano nel passato di M., quel passato che lo ha visto frequentatore più o meno politicamente coinvolto di alti funzionari della Repubblica di Vichy. E nel film di G. questo particolare, si ripresenta continuamente come un assillo, condicio sine qua non, per disvelare un segreto che il vero Mitterand non ha nemmeno in punto di morte smentito con prove a suo discredito o robe simili. Questo per dire che sembra quasi che G. metta in contrapposizione la forza del messaggio mitterandiano contro il capitalismo selvaggio, dell’opposizione netta al potere monopolistico della grande finanza, delle parole e di molti fatti a favore della dignità dei cittadini meno abbienti, insomma questa sorta di no-globalismo ante litteram versus l’ombra di collaborazionismo. Mentre per G. non ho capito cosa conta di più, per me vista anche la cupezza della messa in scena, la tetra recitazione di riporto degli attori (spesso sembra di essere ne La Valle degli Orti con nonno Antonutti che conosce solo virtù e le racconta barbosamente), il fatto che M. non sia stato in grado di smentire il fattaccio fa pendere più la bilancia verso la sua insormontabile colpa.

Postato da: davidet a 15:55 | link | commenti (12) |

domenica, marzo 13, 2005

Il libraio Gruywestzghxc è stimato da tutti i clienti del suo piccolo e tetro negozio. Con quell’aria leggermente trasandata da intellettuale che ha poco tempo per guardare le vetrine e scegliersi un bel vestito, con quegli occhiali spessi che denotano l’attiva funzione di retina, pupilla, cornea e cristallino, con quell’atteggiamento malinconico da esule di una patria che ha inventato il concetto stesso di libro, alla fine ad un cliente distratto, che passa di lì per caso, che sente solo il magnificar delle sua gesta, gli viene da chiedere, ma quando legge tutti questi libri per poi poterli consigliare?

Che lavoro infame deve essere armeggiare tra i libri otto ore al giorno e poi non avere tempo per leggerli. Per molti è diventato una sorta di status-symbol. Addirittura i commessi della grande catena libraria Waqsrzdsexcsfiz della città in cui vivo, sono quanto di più spocchioso in termini di sapienza e di esibizione di autorità professionale. A parte uno che stimo e saluto e che sta laggiù di sotto tra l’ennesimo libro di davidlynch.com e le videocassette di dariofo che mima dariofo, che interpreta e rimodella dariofo (efrancarame) ma edito da einaudi di silvioberlusconi, tutti gli altri commessi si bullano di essere sfruttati come schiavi e di poter osservare di sfuggita le copertine dei libri. Perché fare il libraio con i ritmi di lavoro dell’oggi ti porta ad essere meccanismo-macchina e non amante e fruitore del prodotto che vendi. Avete mai visto un commesso della grande catena libraria Waqsrzdsexcsfiz della città in cui vivo, starsene seduto alla sua postazione e leggersi un libro? Mi spiace per loro, per la loro atrofizzata coscienza di classe (sì, di classe di sfruttati in nome della Cultura). Mi spiace per chi crede a questa grande leggenda del libraio onnivoro, purché i parametri di cronometraggio della lettura non siano che so, L’uomo senza qualità letto in tre ore…

Postato da: davidet a 11:38 | link | commenti (8) |

venerdì, marzo 11, 2005

VENERDI’ 11 MARZO

ORE 21

Al VAG61

(VIA PAOLO FABBRI, 110)

 

Proiezione speciale del documentario

REGALO DI NATALE di Marco Carraro ed Emiliana Poce

(Italia, 2004, dur. 30’)

 

Saranno presenti:

il regista Marco Carraro

Claudio Signore (COBAS ATM di Milano)

Italo Quartu (RdB-CUB Trasporti ATC Bologna)

Introduce quell'infame di Davide Turrini

Postato da: davidet a 16:11 | link | commenti |

lunedì, marzo 07, 2005

Sono stato due giorni nella zona di montagna che confina con l’Altopiano di Asiago, tra Lavarone e Folgaria. Fortificazioni diroccate della prima guerra mondiale accompagnano larghe discese per sciatori su costoni di monti esposti al sole, non più alti di 1700-1800 metri. Da quelle parti i centri abitati si stanno spopolando in modo impressionante, i paesi più grandi sono oramai ridotti alla via principale con negozi e ristoranti e attorno quasi più nulla. Sedendomi tra tavolacci in legno e sorseggiando grappe che tolgono il fiato ho raccolto una testimonianza che giro al blog che da oggi si modera e si placa, lavorando sulle allusioni, costruendo perifrasi e paragoni arditi.

LA STORIA DI BEPI FURLAN E MARIO ZONIN

Mario Zonin da piccolino soffriva di dolori allo stomaco. Forti, fortissimi, da rimanere piegati in due per ore. "Dai Mario in piè", diceva la nonna. Mario viveva in una fattoria, che per alcuni può anche essere definita malga, a circa sei chilometri da Lavarone. Il nonno di Mario aveva osato tradire la patria ed era morto nella terra di nessuno di una qualche trincea del fronte del Carso, a causa di una pallottola amica diretta alla nuca. Il babbo di Mario dal lontano ’29 si era dato al pascolo delle mucche e Mario (nato nel ’50) fin da fanciullo non poteva che seguire le orme del padre: la terra ai Zonin non mancava e nemmeno le mucche, le oche, le galline, le capre e i cavalli. Mario era andato a scuola per ben pochi anni. Con lui l’amico, vicino di fattoria, Bepi. Le gambe robuste e qualche passaggio di corriere antiche erano i mezzi per arrivare in classe. Mario e Bepi non erano vicini di banco, ma entrambi stavano a sedere di fianco alle finestre. Vetri che facevano trasparire, nelle giornate di sole, tutta la limpidezza della loro valle, di quella costa di montagna dove le loro fattorie ad un piano si ergevano fiere e legnosamente trasandate, in una enorme radura costeggiata da verdi boschi. Mario e Bepi crebbero assieme, passeggiando per i boschi, mangiando formaggi delle loro capre, assaggiando il sapore della vita di montagna, seguendo i ritmi delle stagioni, lavorando zolle di terra profumate di letame. Un giorno il morso di una vipera tradì la scarsa esperienza di Bepi in materia di funghi. Mario lo soccorse come gli aveva insegnato suo padre. L’acido sapore di sangue che quel giorno aveva provato a sputare, Mario se lo ricorda ancora, come la faccia di Bepi che d’improvviso si era fatta bianca come la neve che cade d’inverno.

Dall’età di 19 anni, da quando gli acciacchi di suo padre si erano fatti sentire, Mario aveva cominciato ogni mattina a controllare i paletti che delimitavano il loro terreno di pascolo. Almeno due ore gli servivano per avvistare i confini rischiarati dal sole, ancora fuori dal bosco. Bepi faceva oramai lo stesso e talvolta i due alle sei della mattina si incrociavano là sul costone del Sommo dove i loro terreni confinavano per parecchie decine di metri. Spesso l’incontro era coronato da un goccio di liquore all’aroma di nocciole che la mamma di Mario confezionava in piccole bottigliette di latta.

All’età di 33 anni Mario decise che il suo futuro di montanaro poteva integrarsi con le spinte turistiche che spesso i politici del luogo trasformavano in suppliche a lui, come ai Furlan, come agli altri proprietari di grandi terreni. L’agriturismo e l’interazione fra camminatori di sentieri di montagna alla scoperta della vita del luogo divennero il pensiero fisso di Mario come di Bepi.

Una mattina di autunno, all’incirca verso le 6e30, Mario scoprì che una decina di paletti sulla costa del Sommo erano stati divelti e spostati un centinaio di metri più a Est versa la sua malga. Le fitte allo stomaco che da bambino arrivavano quasi ogni giorno si fecero immediatamente risentire e fu difficile per Mario ridiscendere più giù a valle. La moglie Vittoria, che viveva con lui da quasi dieci anni, credette che Mario si fosse sbagliato. La mattina dopo lo accompagnò lei stessa sul costone del Sommo e vide con altrettanto stupore che i paletti erano stati divelti ancora una volta sempre più ad Est. Questa volta la distanza dai punti originari tracciati dal nonno di Mario agli inizi del ‘900 erano piuttosto evidenti. Almeno mezzo chilometro di pascolo era stato guadagnato dai Furlan nel giro di due notti. Mario pensò a uno scherzo, a qualche ordinanza comunale che non aveva sentito. Poi pensò a Bepi che però proprio quel mattino era partito per rimanere qualche giorno la città.

Mario non capiva cosa fosse successo, non osò nemmeno chiedere al sindaco della loro frazione come si dovesse comportare. Le tracce dei confini erano delimitazioni arbitrarie, ma spartite equamente tra gli abitanti della valle da più di 100 anni. Passò qualche settimana e nulla mutò. Bepi al suo ritorno, si fece distante e rimandò per giorni la visita assieme all’amico sul costone del Sommo. Poi dopo un mese, alla vista del Mario, una mattina si spalancò l’assurdo: i paletti del confine del terreno ad Ovest, quello che riguardava i Furlan erano arrivati a circa duecento metri da casa Zonin. Mario fu colto da una fitta mostruosa allo stomaco, rimase impietrito, piegato in due davanti la finestra della sala da pranzo.

Rintracciò Bepi nel giro di un’ora. I due si guardarono e Bepi disse che gli dispiaceva ma "se aspettavo te ostia, sai quando se vendeva el terreno per farce ‘e case?". Mario trasalì ma non seppe reagire. Pregò il suo dio per decine di giorni, pensò ad azioni legali che non conosceva nemmeno, sperò di non cadere mai in tentazione di decidere il suo destino e quello di Bepi con le proprie mani. Attese invano due mesi di tempo. Le ruspe e gli ingegneri della Lia.go. s.p.a. cominciarono a passeggiare sui campi tra mucche al pascolo e verdi pini.

Una mattina il corpo senza vita di Bepi fu trovato vicino a un paletto che delimitava il confine del terreno tra i Furlan e i Zonin. Il medico del paese sostenne che era stato un infarto. Mario non potè che rammaricarsi del fatto, uscendo di casa con in mano pala e arnesi disse: "e adesso andemo a spostare qualche paeeto".

Postato da: davidet a 12:00 | link | commenti (11) |

venerdì, marzo 04, 2005

 una telefonata mi costringe per la prima volta a censurare alcuni post del mio blog.

probabile che in qualche modo a livello legale ci debba spendere soldi, non so.

comunque mi tocca eliminare mio malgrado una lettera mai spedita a cui tenevo molto

Postato da: davidet a 13:51 | link | commenti (17) |

mercoledì, marzo 02, 2005

 

I PASDARAN DELLA SINISTRA

Parlo del popolo che spesso ripete le parole dei leader della sinistra senza crederci per davvero. Figure inermi, inconsapevoli dell’uso strumentale che viene fatto delle loro vite, delle loro parole, dei loro pensieri. Casi sociali di pappagallismo, ma anche di timoroso sentore che ciò che sentono non corrisponde a ciò che gli tocca dire. Lo dico per una volta senza ironia, ma come pauroso dato di fatto. Argini artificiali del pensiero destrorso che incombe, andrebbero perlomeno premiati con un pochino più di fiducia e rispetto.

Antefatto: qui a Bologna il sindaco Cofferati e la nuova giunta decidono in tutta fretta (per problemi di inagibilità della struttura) di spostare 270 rumeni da un palazzo occupato alcuni anni fa in una zona un po’ diroccata dalla parte Ovest della città a Villa Salus, enorme e antico stabile, nella parte Est della città. Inevitabili scoppiano le polemiche, che elenco in questo modo:

1- Razziali: rumeni ladri bastardi, finitela di rubarmi in casa, tornate nel vostro paese;

2- Nobilmente reazionarie: è una cultura nomade, dargli una casa serve a ben poco, ancor di più nel caso Villa Salus, antico palazzo nel quale ha dimorato Napoleone e dove giacciono ancora alcune strutture sanitarie (tipo camere iperbariche), e non apriamo il discorso di chi si lamenta dei pochi fondi dati dal governo ai Comuni che spende 5 milioni di euro per l’operazione rumeni

3- Istituzionalmente irritate (nella fattispecie la presidente del quartiere Savena): è una soluzione temporanea, invito tutti i comuni della provincia e il comune di bologna a prendersi le proprie responsabilità

4- Cittadino che non vuole diventare, anche se lo è stato, pasdaran (tipo il signor Tempellini e il signor Gandolfi oggi su Repubblica): io ho votato per questa giunta, ma la questione è stata mal gestita, nessuno ha avvisato il quartiere, la partecipazione dei cittadini tanto sbandierata non viene applicata, ognuno si prenda le sue responsabilità per non creare né un ghetto e nemmeno per far urlare i razzisti ai quattro venti

5- Pasdaran: non dice nulla e annuisce al sindaco con i brividi giù per la schiena pensando all’antifurto migliore per la porta di casa

6- Cofferati: "alcuni toni sono stati fuori luogo e spropositati, mi sembrava di vivere in un’altra città non Bologna" (riferendosi all’assemblea di quartiere – Savena – alla quale ha partecipato anche DT)

il dibattito è aperto

ricordandoci che fare di professione il politico con incarichi istituzionali non è un privilegio e nemmeno una scocciatura. Lo dico a Cofferati, che so che mi sente.

Postato da: davidet a 16:45 | link | commenti (10) |