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La spocchia, l'arroganza e l'ignoranza di un pretenzioso uomo qualunque.

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venerdì, maggio 27, 2005

 

QUO VADIS, BABY? di G. Salvatores
 
 
 
 
L’ennesimo film di Salvatores sull’inutile sovrabbondanza e pesantezza dei gesti, degli oggetti, dei personaggi, delle azioni e degli atti, delle parole. Dopo aver mostrato di saper fare le panoramiche e usare i carrelli, il rifugio per il nostro amatissimo “italianoallesterochehavintoloscar” sta nel low budget di una storia nata storta e drammaturgicamente sotto lo zero. Si diceva che sovrabbondano i gesti e le azioni maledette per la mascolina protagonista Angela Baraldi (fumare, bere, boxare, manca solo il sadomaso ma è ancora tabù), le citazioni da Ultimo tango, fritzlang, “non mi piace il cinema, l’ultimo film che ho visto è 20mila leghe sotto i mari”, i vhs con l’etichetta, i poster, l’insegnante Dams di cinema che ha quarant’anni; sovrabbondano le scene madri, le battute imparate a memoria, l’esclamazione “Cazzo!” prima che succeda qualcosa di improvviso o inaspettato. Insomma anomalia senz’anima di pesudo-genere thriller, dove tutto è falso, falsissimo e non c’è nemmeno la volontà di uscire, perlustrare, rielaborare un classico cliché. Desolante e a tratti fastidioso, fa riflettere davvero sull’intera carriera di un regista nato nei favolosi ’80 e stramazzato sul pavimento appena gli hanno detto che siamo nel 2005. Insomma, siamo dalle parti di Giordana (marcotullio non va al cinema dal ’92 e si vede), ma anche di Tomasi di Lampedusa. Bocciata la Baraldi e le sue borse sotto gli occhi (a proposito, Angela ti è caduta la retina di limoni, ecco, prendila, rimettila in borsa). Promosso Elio Germano, cinque-sei pose e dà lezioni a tutti di cosa significa rendere vivo un carattere, anche se titubante, lieve e defilato.

Postato da: davidet a 14:18 | link | commenti (5) |

giovedì, maggio 26, 2005

LEZIONI DI CALCIO
 

Ben gli sta al presidente del consiglio. Si è comprato tutti i più galattici giocolieri del pallone e gli tocca subire l’onta di una delle più brucianti sconfitte da finale secca. A parte le considerazioni riguardo l’atleticità che sovrasta la tecnica, la preparazione fisica che subissa la classe (concetto che in generale tiene ma ieri sera non è stato solo questo), il Liverpool ha intuito che il Milan lo si doveva attendere. I sei minuti di follia (si legga recupero dal 3 a 0 al 3 a 3) hanno mostrato che una mossa tattica e la rabbia del perdente portano a proprio favore un’intera e scellerata gara. Siano loro con le loro grandi capacità tecniche a giocare, noi raccogliamo ciò che resta. Vuoi avreste fatto diversamente? Così arriviamo alle considerazioni finali dei giocatori del Milan, dei dirigenti e dei commentatori televisivi: il portiere dei reds ha fatto delle parate “assurde”, il “destino” ha voluto che… E no cari commentatori schiavi del padrone, siete voi ad avere commesso degli errori. Sbagliare un tiro, una diagonale, la copertura di una parte di campo, non è casualità. E i portieri i tiri li devono parare e non scansarsi perché Shevcenko ha tirato una bordata e bisogna farla entrare in porta. La sfortuna o il caso sono quando un fulmine sbriciola e volatilizza un giocatore in mezzo al campo mentre gioca, il resto appartiene alla sfera delle volontarietà. Cari milanisti, pensavate di aver già vinto perché eravate i più forti, i più bravi, i più pagati? Allora alla prossima e auguroni.

Postato da: davidet a 21:58 | link | commenti |

martedì, maggio 24, 2005

E CI RISIAMO

Repubblica, sempre LaRepubblica. Giovanni Valentini si butta oggi a capofitto nella querelle Legambiente vs. Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste, sulla questione metropolitana romana. Ora non ho tempo di entrare nei particolari della polemica, ma il fatto è riassumibile, semplificando moltissimo, tra chi appoggia certi lavori per il metrò e chi no. E quel no, si pone radicalmente. Che sia l’uno o che sia l’altro a ‘tradire’ la causa ambientalista, ce ne occuperemo nella prossima puntata, ciò che preme è il commento fintamente moderato di Rep. Valentini elogia le vecchie battaglie ambientaliste e il bene che hanno fatto coloro i quali si sono scagliati contro scempi ambientali, smog, vivisezione e quant’altro, per concludere che "non vogliamo però l’uomo e la donna sottomessi all’ambiente". Vado a memoria, non è proprio così, ma il senso è quello: gli ambientalisti più radicali sottomettono il genere umano alla natura. Ed a parte che anni e anni di pensiero politico e filosofico passano invano nella mente di Valentini, la cosa che più inquieta è la ridicolaggine di questo commento che non è per nulla moderato anzi, paurosamente conservatore. Per Valentini siamo sotto il giogo di orsi e cinghiali da decenni, sotto la minaccia di un olmo e di un faggio, sotto pressione dal lago di bolsena e dalle cavallette dell’africa. E abbiamo calato le brache, da tempo. Hanno vinto loro. Bene, se questa si chiama moderazione politica, io sono la befana. Perché davvero, dobbiamo cominciare a decidere da che parte stare e rinunciare a qualcosa per sopravvivere meglio tutti. E la lotta ambientalista è paradigmatica per capire cosa è meglio fare e cosa no. Posso pure evitare di mangiare pesche grosse come meloni, di spruzzarmi l’ultimo Dior o Kenzo, usare un po’ meno la macchina, stare al buio un po’ più spesso, non muoio se lo faccio. Valentini invece ci parla dall’oltretomba lui così vessato e travolto da questa dittatura dell’ambiente sull’uomo. Ma in che mondo vive 'sta gente?

Postato da: davidet a 16:20 | link | commenti (4) |

domenica, maggio 22, 2005

CANNES, CANNETTE E CANNAVACCIULI

Paolo Cannavacciuolo mi pare fosse il Paolo di Sapore di mare (1982, dico a naso), che chissà dov’è finito. Era quello che si innamorava di Karina Huff (anche lei dov’è finita?), la Susan inglesina che De Sica Christian aveva ben pensato di portare a Forte dei Marmi, a casa del cummenda, suo papà. Bei tempi, si dirà. E quando a Cannes vedremo un Sapore di mare restaurato, con Carlo Vanzina e Ennio Antonelli (Morino il bagnino) che salgono la Montée de marches? Spero presto, spero di esserci, spero di farcela. Cannes è un piccolo massacro quotidiano e i film che ti rimangono in mente usciti da file interminabili, spintoni, sole tropicale, continue perquisizioni perfino anali,devono proprio essere qualcosa di bello, altrimenti sei un masochista da quattro soldi. Così senza un ordine particolare ne cito alcuni: Caché di Michael Haneke, Three times di Hou Hsiao-Hsien, Nordeste di Juan Solanas ma anche A history of violence di Cronenberg. Certo, anche chi ha vinto, L’enfant dei Dardenne, merita una menzione convinta. Però se nelle giurie di mezzo mondo, quando ci si spacca a metà tra due film se ne sceglie un terzo, di forte impatto ma più debole, che mette d’accordo tutti diciamo ad un livello di medio profilo, alla fine il verdetto risulta pallido e opaco. Haneke per il sottoscritto meritava allori a non finire. Uno perché sa far recitare Daniel Auteuil, autentico caprone sfigurato improvvisamente assurto a divo francese per chissà quale mistero della fede. Haneke lo ha voluto ‘nature’, cioè con un po’ di sana ‘borella’, quella pancetta da impiegato placido tipicamente occidentale, per interpretare questo ruolo del conduttore tv di una trasmissione di critica letteraria, che riceve regolarmente vhs (dove viene ripresa dall’esterno e a camera fissa la sua casa) e disegnini anonimi di uomini sgozzati. La Binoche è la moglie afona in una storia che si fa serissima, mica per una questione di pazzia legata a colui che minaccia. Perché quest’ultimo dovrebbe essere il fratello adottivo algerino di Auteuil. Dico dovrebbe perché Haneke vuole che l’informazione rimanga in bilico. Il fratello ha vissuto una vitaccia, Auteuil si è potuto permettere quello che voleva e ora beve Chablis e discetta dell’ultimo romanzo di Camilleri (mica vero, dico per citare una hit pseudointellettuale della letteratura). Haneke fa così montare, non tanto la paura per la minaccia perché la minaccia nasce dalla coscienza imputridita del protagonista. E’ il senso di colpa riguardo a qualcosa che non è stato materialmente commesso, ma che quel corso irrimediabile dell’esistenza ha fatto compiere che preoccupa il nostro conduttore. Auteuil va giù di testa per questo mica per i vhs. E Haneke sguazza a raccontarci il come siamo egoisti, menefreghisti, insensibili, a ciò che ci sta attorno. Lo fa con quell’asetticità che gli è più tipica e congeniale. Crea così un film cerebrale ma infinitamente politico. Che scuote le coscienze e fa saltare sulla sedia e urlare (non vi dico quando). Davvero, Haneke firma il suo capolavoro e Kusturica gli dà il premio alla regia. Io non l’avrei ritirato. E che te ne fai? Il premio alla regia non riconosce la riflessione dell’austriaco, anzi quasi la boicotta. A questo punto se quel premio lo davano a quell’ingenuo e fastidioso Giordana facevano prima, così si perpetuava l’equivoco: che lui sia un regista, quando è solo un paltoniere alla soglia della pensione.

Postato da: davidet a 15:04 | link | commenti (1) |

martedì, maggio 03, 2005

(UN) FORSE NON TUTTI SANNO CHE… (CICLISTICO E NOSTALGICO)

Quando avevo 10, 12 anni volevo fare il ciclista. Guardavo in televisione il giro d’Italia. Il Tour de France un po’ meno perché gli italiani non lo vincevano da 20 anni e la Rai non voleva mai pagare i diritti per trasmetterlo. Comunque mi piacevano le tappe di montagna, soprattutto quelle con i passi alpini come il Pordoi o lo Stelvio che hanno, spesso negli ultimi due chilometri, quei disperati tornanti a ripetizione. Il ciclismo è sport per gente introversa, per solitari, per individui che ci provano da soli, a cui interessa la sfida tra sé è il traguardo. Il ciclismo è sport per masochisti, per gente che si sente scoppiare il cuore, che assaggia il sapore dal sangue giù per la gola. Il ciclismo è spesso epico: Magni con la stringa di stoffa bianca tenuta tra i denti mentre si inerpica sulla salita di San Luca con una spalla fratturata; Fausto Coppi che arriva su in cima allo Stelvio, tra quei tornanti a cui bordi ci sono 8 metri di neve; Charly Gaul che arriva stremato sul Bondone tra pioggia, nebbia e nevischio; Lemond che rosica otto secondi a Fignon sui Campi Elisi nell’ultima cronometro credo del tour ’85 o ’86; Gianni Bugno che oramai decaduto fa uno scatto sul Pordoi sotto a quel ponticino verde a circa tre chilometri dall’arrivo e si sente agile e leggero fino all’ultimo metro di asfalto. Il ciclismo è anche e soprattutto, negli ultimi 10-15 anni, doping ad alto voltaggio. Lì dove lo sforzo è terribile, l’illecito s’intromette a meraviglia. Deprecabile ai più, pensare di barare, proprio per lo spirito di fondo che il ciclismo porta con sé: la sfida nitida e pulita nei propri confronti, nella possibilità di capire i propri limiti e le proprie potenzialità. Raramente divi i ciclisti (Bartali, Coppi, Cipollini e Pantani), spesso provenienti da professioni umili e dalle lontane province d’Italia, erano per me da immortalare con lo sguardo e da ammirare come uomini. Mi hanno rovinato anche questo sogno qui, non so in che modo, non so perché, ma è così: la bumba fantozziana direttamente dall’evo dei fiftie’s era pittoresca, oggi la massificazione in serie della slealtà è palese. Nel frattempo una bici me la comprai, una mountain bike, molto professionale, che ancora ho e che ogni tanto uso. La bici da corsa l’ho sempre lasciata dov’era, perché un rapportone (un 50 o un 52 davanti) da tirare è uno sforzo davvero immenso. Mi restano così due sogni nella vita: salire in cima allo Stelvio con la mia mountain bike o seguire un giro o un tour, tappa dopo tappa e commentarlo. Vi avviso quando accade.

Postato da: davidet a 14:26 | link | commenti (10) |