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Ho visto Autoreverse di Cedric Klapish in compagnia di un amico e di un vecchio ubriacone, ad occhio e croce, il terzo spettatore pagante che nonostante questo privilegio, ha ronfato dall’inizio alla fine del film. Ho verificato che Marie Gillain
(nella foto) è in forma smagliante, che all’Arcobaleno di piazza Re Enzo c’è ancora la poltroncina pacco (con la colonna davanti al naso che non ti permette di vedere per nulla lo schermo: è vero, verificatelo) e che questo mio amico si sposa a fine giugno. Me lo ha detto così, senza nemmeno esordire in qualche modo: l’ha buttata in mezzo a tante altre considerazioni più o meno seriose. Credo che quest’omino qui sia una delle persone a cui voglio più bene: mi ha aperto gli occhi sul cinema, mi ha fatto capire e scoprire tanti piaceri della visione e non finirò mai di essergli grato. Andrò al suo matrimonio (per fortuna senza cerimonie religiose), mangerò e berrò alla sua salute e lo farò molto probabilmente da solo, guardando il mondo che mi sfugge alle spalle, che mi supera e sorpassa. Sono tornato a casa a piedi all’una e mezza di notte, masticando l’acidità di un vinaccio bevuto all’Arci di via Avesella. Non ho osservato la luna. Di solito non lo faccio mai.
