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Insomma, per una volta una ragazza mi invita ad un ballo in coppia. Penso non succedesse dal ’22. Una olandese un po’ rotondetta, ma sia mai, molto carina. Vuole roteare sulla pista, si fa per dire, al ritmo di un rock. Mi accorgo che dovevo nascere 30-40 anni fa, quando la musica era altro, quando il ballo era piacere e non sfogo ormonale e esibizionista. Così, pieno di me e rinvigorito come non mai, comincio a invitare carinissime donzelle per una simil rumba. Su cinque nemmeno una si degna di uno sguardo, di un no grazie. La tramuto in una questione personale, c’è del fastidio nel vedermi, nel sopportarmi, nel farmi presente. Le epidemie di peste per una donna sono spesso più intriganti di un mio invito al ballo, di un abbordaggio cortese e magari non proprio deciso. Così la lotta si fa chiara dopo anni di studi e strategie: nonostante uno spirito di iniziativa degno di Marco Pannella, soccombo di fronte al diniego e sbotto in pesanti affermazioni maschiliste. C’è del gusto nel respingere, nel rifiutare. E poi c’è grande volontà di lamentarsi ai quattro venti: nessuno più mi invita a ballare, cenare, chiacchierare, ascoltare musica, al mare, in montagna, in campagna, a suonare la chitarra in salotto, a fare del sesso, dicono. Però quando mi ci metto io, c’è sempre un certo disprezzo, condito da asprezza. Quando, invece, finalmente vedono la luce, nulla le può più fermare: un corridoio tempestato di petali di rosa e angioletti candidi le aspetta. Una inquietante dose di fatalismo e casualità invade allora il mio presente, aspettando di essere illuminato da un faro dall’alto. Più di questo, ora, mi sa che non posso proprio fare.
