RIDERE (DI CHI?)
Sul Venerdì de La Repubblica di oggi, c’è un’interessante analisi diciamo a 200 gradi su come si fa satira anzi diciamo sul "a che punto è la libertà di ridere in tv". Quindi di annesse censure. Lo stupore e l’impeto dei blasonati giornalisti di casa DeBenedetti sta tutto nel rilevare che in Germania c’è un tizio con la barbetta e la pipa che spara a zero su Schroeder e i neonazi come in USA, Leno e Letterman fanno a gara per chi la dice più grossa su Bush. Qui in Italia invece c’è Pippo Franco, ecco tutto. Perché siamo arrivati a ciò, è la domanda che aleggia tra le 48 pagine dell’inserto? La risposta, come si conviene per il giornalismo blasonato: nun c’è. Anzi, ci sono le pecorelle smarrite costrette a satireggiare a teatro e che non possono più fare tv. Insomma in Italia il problema non lo si cerca mai di risolvere alla radice. Perché in un paese in cui la cultura nasce contro qualcosa e non per esprimere un concetto libero e di per sé ne contro né pro qualcosa, non ci si può di certo attendere dell’autoironia. Manca davvero una cultura intellettualmente liberale, dove: ‘il mio pensiero equivale assolutamente al tuo’. Dove il mezzo di comunicazione non è prerogativa del più forte, ma di tanti medi magnati che si spartiscono la forza. E non è colpa, quindi, di Berlusconi se non si ride su e di Berlusconi, ma è colpa di una cultura generalizzata e partigiana che si è affermata in cinquant’anni di dittatura conservatrice e mai, dico mai, minimamente liberale. I grandi pensatori e politici della sinistra hanno saputo a loro volta soltanto censurare, eliminare, mettere da parte chi non è stato zimbello e giullare della nomenklatura dei governi ombra. Ma cosa credete che Corrado Guzzanti con il governo D’Alema o con il governo Prodi possa avere vita facile? Non so se vi ricordate le sue imitazioni folli e geniali di Prodi e Bertinotti, di Rutelli e Veltroni. Erano maschere disperate e demenziali che davano fastidio anche all’altra ala del potere. Che poi la comicità alla Pippo Franco sia indegna di per sé e non perché fa riferimento ad ambienti e pensieri politici destrorsi è grazie a dio un dato di fatto.