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MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE? di P. Avati Pupi e Antonio Avati sono due bizzarri e per certi versi inquietanti individui. In primo luogo si sentono cantori di una antica morale perbenista, ammiratori del bel mondo che fu, ma in modo nostalgico, con quei sospironi lunghi che finiscono con un "Ehmbé!". Poi qualcuno deve avergli detto che sono uomini di cinema. A Pupi soprattutto, qualcuno deve aver dato un patentino con su scritto "Egregio, illustrissimo, emerito, bravo, bravissimo, bis". Così lui continua imperterrito a girare film e la stampa, quella che fa questo lavoro come fosse un fardello, una seccatura, lo ama e lo esalta (oggi qualcuno gli ha detto: "Ancora complimenti, questo film è pura poesia!"). Una sorta di circolo vizioso che dovrebbe essere spezzato dal celebre: è una cagata pazzesca. Perché questa supplica di film ("ma quando arrivano, eh si quando…") è talmente sballato, talmente sfasato tra le intenzioni e la realizzazione che la cosa mette quasi più rabbia che imbarazzo. Una storiella così, con tutte le implicazioni psicanalitiche del caso, con degli attori che magari imparano a suonicchiare e non a fingere di suonare il jazz e faccine un po’ più laide e perverse, ecco una storiella così poteva essere qualcosa di importante da sviluppare. E invece Avati che pensa di poter parlare di qualsiasi cosa con lo stesso tono, le stesse scelte di regia, le stesse soluzioni macchiettistiche/lessicali (un po’ come la stampa ‘seccata’ che fa un po’ lo stesso errore da secoli), fa naufragare il plot in mille deliranti e in certi momenti scontate sciocchezze. In primo luogo Avati non sa riempire le sceneggiature di un qualcosa vicino, dico vicino, alla verosimiglianza quando invece verosimile pensa di esserlo continuamente (i drogati(?), sballati(?) fratelli Maramotti sezione ritmica del quintetto sono qualcosa di involontariamente geniale per esemplificare l’assunto). In secondo luogo una cifra stilistica è qualcosa di riconoscibile in positivo, perché emerge anche nella sottrazione. Invece Avati sbanda continuamente, piazza un po’ di calcina e stucco qua e la, costruisce situazioni paradossali scambiandole per comiche, credendo che essere un po’ contriti nel dire due frasi piene di pathos porti alla drammaturgia. Insomma questo ennesimo film di Pupi è una robaccia nemmeno da serie B (i suoi film di genere – i primi horror ma anche I Cavalieri che fecero l’impresa - erano si serie B), che merita di essere sbertucciato e ridacchiato dall’inizio alla fine. Infine si parla tanto male di Rocco Siffredi, di quanto sia violento e misogino e di come tratti le sue partner sul set come schiave e sottomesse. Beh e delle donne dei film di Avati? Tutte così intimamente troie, tutte così rinchiuse in queste brutte, silenziose e grigie vite di fornicatrici, tutte nate solo per fare sorrisini e sfornare bambini, ecco di questa rappresentazione della donna in Avati nessuno ne vuole parlar male?
