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Sono stato due giorni nella zona di montagna che confina con l’Altopiano di Asiago, tra Lavarone e Folgaria. Fortificazioni diroccate della prima guerra mondiale accompagnano larghe discese per sciatori su costoni di monti esposti al sole, non più alti di 1700-1800 metri. Da quelle parti i centri abitati si stanno spopolando in modo impressionante, i paesi più grandi sono oramai ridotti alla via principale con negozi e ristoranti e attorno quasi più nulla. Sedendomi tra tavolacci in legno e sorseggiando grappe che tolgono il fiato ho raccolto una testimonianza che giro al blog che da oggi si modera e si placa, lavorando sulle allusioni, costruendo perifrasi e paragoni arditi.
LA STORIA DI BEPI FURLAN E MARIO ZONIN
Mario Zonin da piccolino soffriva di dolori allo stomaco. Forti, fortissimi, da rimanere piegati in due per ore. "Dai Mario in piè", diceva la nonna. Mario viveva in una fattoria, che per alcuni può anche essere definita malga, a circa sei chilometri da Lavarone. Il nonno di Mario aveva osato tradire la patria ed era morto nella terra di nessuno di una qualche trincea del fronte del Carso, a causa di una pallottola amica diretta alla nuca. Il babbo di Mario dal lontano ’29 si era dato al pascolo delle mucche e Mario (nato nel ’50) fin da fanciullo non poteva che seguire le orme del padre: la terra ai Zonin non mancava e nemmeno le mucche, le oche, le galline, le capre e i cavalli. Mario era andato a scuola per ben pochi anni. Con lui l’amico, vicino di fattoria, Bepi. Le gambe robuste e qualche passaggio di corriere antiche erano i mezzi per arrivare in classe. Mario e Bepi non erano vicini di banco, ma entrambi stavano a sedere di fianco alle finestre. Vetri che facevano trasparire, nelle giornate di sole, tutta la limpidezza della loro valle, di quella costa di montagna dove le loro fattorie ad un piano si ergevano fiere e legnosamente trasandate, in una enorme radura costeggiata da verdi boschi. Mario e Bepi crebbero assieme, passeggiando per i boschi, mangiando formaggi delle loro capre, assaggiando il sapore della vita di montagna, seguendo i ritmi delle stagioni, lavorando zolle di terra profumate di letame. Un giorno il morso di una vipera tradì la scarsa esperienza di Bepi in materia di funghi. Mario lo soccorse come gli aveva insegnato suo padre. L’acido sapore di sangue che quel giorno aveva provato a sputare, Mario se lo ricorda ancora, come la faccia di Bepi che d’improvviso si era fatta bianca come la neve che cade d’inverno.
Dall’età di 19 anni, da quando gli acciacchi di suo padre si erano fatti sentire, Mario aveva cominciato ogni mattina a controllare i paletti che delimitavano il loro terreno di pascolo. Almeno due ore gli servivano per avvistare i confini rischiarati dal sole, ancora fuori dal bosco. Bepi faceva oramai lo stesso e talvolta i due alle sei della mattina si incrociavano là sul costone del Sommo dove i loro terreni confinavano per parecchie decine di metri. Spesso l’incontro era coronato da un goccio di liquore all’aroma di nocciole che la mamma di Mario confezionava in piccole bottigliette di latta.
All’età di 33 anni Mario decise che il suo futuro di montanaro poteva integrarsi con le spinte turistiche che spesso i politici del luogo trasformavano in suppliche a lui, come ai Furlan, come agli altri proprietari di grandi terreni. L’agriturismo e l’interazione fra camminatori di sentieri di montagna alla scoperta della vita del luogo divennero il pensiero fisso di Mario come di Bepi.
Una mattina di autunno, all’incirca verso le 6e30, Mario scoprì che una decina di paletti sulla costa del Sommo erano stati divelti e spostati un centinaio di metri più a Est versa la sua malga. Le fitte allo stomaco che da bambino arrivavano quasi ogni giorno si fecero immediatamente risentire e fu difficile per Mario ridiscendere più giù a valle. La moglie Vittoria, che viveva con lui da quasi dieci anni, credette che Mario si fosse sbagliato. La mattina dopo lo accompagnò lei stessa sul costone del Sommo e vide con altrettanto stupore che i paletti erano stati divelti ancora una volta sempre più ad Est. Questa volta la distanza dai punti originari tracciati dal nonno di Mario agli inizi del ‘900 erano piuttosto evidenti. Almeno mezzo chilometro di pascolo era stato guadagnato dai Furlan nel giro di due notti. Mario pensò a uno scherzo, a qualche ordinanza comunale che non aveva sentito. Poi pensò a Bepi che però proprio quel mattino era partito per rimanere qualche giorno la città.
Mario non capiva cosa fosse successo, non osò nemmeno chiedere al sindaco della loro frazione come si dovesse comportare. Le tracce dei confini erano delimitazioni arbitrarie, ma spartite equamente tra gli abitanti della valle da più di 100 anni. Passò qualche settimana e nulla mutò. Bepi al suo ritorno, si fece distante e rimandò per giorni la visita assieme all’amico sul costone del Sommo. Poi dopo un mese, alla vista del Mario, una mattina si spalancò l’assurdo: i paletti del confine del terreno ad Ovest, quello che riguardava i Furlan erano arrivati a circa duecento metri da casa Zonin. Mario fu colto da una fitta mostruosa allo stomaco, rimase impietrito, piegato in due davanti la finestra della sala da pranzo.
Rintracciò Bepi nel giro di un’ora. I due si guardarono e Bepi disse che gli dispiaceva ma "se aspettavo te ostia, sai quando se vendeva el terreno per farce ‘e case?". Mario trasalì ma non seppe reagire. Pregò il suo dio per decine di giorni, pensò ad azioni legali che non conosceva nemmeno, sperò di non cadere mai in tentazione di decidere il suo destino e quello di Bepi con le proprie mani. Attese invano due mesi di tempo. Le ruspe e gli ingegneri della Lia.go. s.p.a. cominciarono a passeggiare sui campi tra mucche al pascolo e verdi pini.
Una mattina il corpo senza vita di Bepi fu trovato vicino a un paletto che delimitava il confine del terreno tra i Furlan e i Zonin. Il medico del paese sostenne che era stato un infarto. Mario non potè che rammaricarsi del fatto, uscendo di casa con in mano pala e arnesi disse: "e adesso andemo a spostare qualche paeeto".
