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(UN) FORSE NON TUTTI SANNO CHE… (CICLISTICO E NOSTALGICO) Quando avevo 10, 12 anni volevo fare il ciclista. Guardavo in televisione il giro d’Italia. Il Tour de France un po’ meno perché gli italiani non lo vincevano da 20 anni e la Rai non voleva mai pagare i diritti per trasmetterlo. Comunque mi piacevano le tappe di montagna, soprattutto quelle con i passi alpini come il Pordoi o lo Stelvio che hanno, spesso negli ultimi due chilometri, quei disperati tornanti a ripetizione. Il ciclismo è sport per gente introversa, per solitari, per individui che ci provano da soli, a cui interessa la sfida tra sé è il traguardo. Il ciclismo è sport per masochisti, per gente che si sente scoppiare il cuore, che assaggia il sapore dal sangue giù per la gola. Il ciclismo è spesso epico: Magni con la stringa di stoffa bianca tenuta tra i denti mentre si inerpica sulla salita di San Luca con una spalla fratturata; Fausto Coppi che arriva su in cima allo Stelvio, tra quei tornanti a cui bordi ci sono 8 metri di neve; Charly Gaul che arriva stremato sul Bondone tra pioggia, nebbia e nevischio; Lemond che rosica otto secondi a Fignon sui Campi Elisi nell’ultima cronometro credo del tour ’85 o ’86; Gianni Bugno che oramai decaduto fa uno scatto sul Pordoi sotto a quel ponticino verde a circa tre chilometri dall’arrivo e si sente agile e leggero fino all’ultimo metro di asfalto. Il ciclismo è anche e soprattutto, negli ultimi 10-15 anni, doping ad alto voltaggio. Lì dove lo sforzo è terribile, l’illecito s’intromette a meraviglia. Deprecabile ai più, pensare di barare, proprio per lo spirito di fondo che il ciclismo porta con sé: la sfida nitida e pulita nei propri confronti, nella possibilità di capire i propri limiti e le proprie potenzialità. Raramente divi i ciclisti (Bartali, Coppi, Cipollini e Pantani), spesso provenienti da professioni umili e dalle lontane province d’Italia, erano per me da immortalare con lo sguardo e da ammirare come uomini. Mi hanno rovinato anche questo sogno qui, non so in che modo, non so perché, ma è così: la bumba fantozziana direttamente dall’evo dei fiftie’s era pittoresca, oggi la massificazione in serie della slealtà è palese. Nel frattempo una bici me la comprai, una mountain bike, molto professionale, che ancora ho e che ogni tanto uso. La bici da corsa l’ho sempre lasciata dov’era, perché un rapportone (un 50 o un 52 davanti) da tirare è uno sforzo davvero immenso. Mi restano così due sogni nella vita: salire in cima allo Stelvio con la mia mountain bike o seguire un giro o un tour, tappa dopo tappa e commentarlo. Vi avviso quando accade.
