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CANNES, CANNETTE E CANNAVACCIULI

Paolo Cannavacciuolo mi pare fosse il Paolo di Sapore di mare (1982, dico a naso), che chissà dov’è finito. Era quello che si innamorava di Karina Huff (anche lei dov’è finita?), la Susan inglesina che De Sica Christian aveva ben pensato di portare a Forte dei Marmi, a casa del cummenda, suo papà. Bei tempi, si dirà. E quando a Cannes vedremo un Sapore di mare restaurato, con Carlo Vanzina e Ennio Antonelli (Morino il bagnino) che salgono la Montée de marches? Spero presto, spero di esserci, spero di farcela. Cannes è un piccolo massacro quotidiano e i film che ti rimangono in mente usciti da file interminabili, spintoni, sole tropicale, continue perquisizioni perfino anali,devono proprio essere qualcosa di bello, altrimenti sei un masochista da quattro soldi. Così senza un ordine particolare ne cito alcuni: Caché di Michael Haneke, Three times di Hou Hsiao-Hsien, Nordeste di Juan Solanas ma anche A history of violence di Cronenberg. Certo, anche chi ha vinto, L’enfant dei Dardenne, merita una menzione convinta. Però se nelle giurie di mezzo mondo, quando ci si spacca a metà tra due film se ne sceglie un terzo, di forte impatto ma più debole, che mette d’accordo tutti diciamo ad un livello di medio profilo, alla fine il verdetto risulta pallido e opaco. Haneke per il sottoscritto meritava allori a non finire. Uno perché sa far recitare Daniel Auteuil, autentico caprone sfigurato improvvisamente assurto a divo francese per chissà quale mistero della fede. Haneke lo ha voluto ‘nature’, cioè con un po’ di sana ‘borella’, quella pancetta da impiegato placido tipicamente occidentale, per interpretare questo ruolo del conduttore tv di una trasmissione di critica letteraria, che riceve regolarmente vhs (dove viene ripresa dall’esterno e a camera fissa la sua casa) e disegnini anonimi di uomini sgozzati. La Binoche è la moglie afona in una storia che si fa serissima, mica per una questione di pazzia legata a colui che minaccia. Perché quest’ultimo dovrebbe essere il fratello adottivo algerino di Auteuil. Dico dovrebbe perché Haneke vuole che l’informazione rimanga in bilico. Il fratello ha vissuto una vitaccia, Auteuil si è potuto permettere quello che voleva e ora beve Chablis e discetta dell’ultimo romanzo di Camilleri (mica vero, dico per citare una hit pseudointellettuale della letteratura). Haneke fa così montare, non tanto la paura per la minaccia perché la minaccia nasce dalla coscienza imputridita del protagonista. E’ il senso di colpa riguardo a qualcosa che non è stato materialmente commesso, ma che quel corso irrimediabile dell’esistenza ha fatto compiere che preoccupa il nostro conduttore. Auteuil va giù di testa per questo mica per i vhs. E Haneke sguazza a raccontarci il come siamo egoisti, menefreghisti, insensibili, a ciò che ci sta attorno. Lo fa con quell’asetticità che gli è più tipica e congeniale. Crea così un film cerebrale ma infinitamente politico. Che scuote le coscienze e fa saltare sulla sedia e urlare (non vi dico quando). Davvero, Haneke firma il suo capolavoro e Kusturica gli dà il premio alla regia. Io non l’avrei ritirato. E che te ne fai? Il premio alla regia non riconosce la riflessione dell’austriaco, anzi quasi la boicotta. A questo punto se quel premio lo davano a quell’ingenuo e fastidioso Giordana facevano prima, così si perpetuava l’equivoco: che lui sia un regista, quando è solo un paltoniere alla soglia della pensione.
